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Evoluzione, attacchi di panico e respirazione

10/01/2017

Il nostro organismo possiede e utilizza quotidianamente una lunga serie di automatismi fatti per difenderci da pericoli che erano all’ordine del giorno quando eravamo cacciatori-raccoglitori: malattie, temperature estreme, ferite, predatori. Da allora l’ambiente intorno a noi è cambiato radicalmente, e nella vita di oggi dobbiamo fronteggiare “pericoli” di natura ben diversa; nonostante ciò, il modo di rispondervi è rimasto sostanzialmente lo stesso.

Quindi in una situazione di pericolo percepito (o in attesa di questo) la nostra ansia aumenta, e grazie ad essa l’organismo mette in atto tutta una serie di modificazioni fisiologiche che ci consentono di reagire più prontamente ed energicamente alla minaccia (ad esempio, un leone affamato). Quindi, ecco che il battito cardiaco e la respirazione aumentano per garantire un maggior apporto di ossigeno ai muscoli, tutte le funzioni digestive e di assimilazione si bloccano (inutile dedicarsi a digerire il pasto quando si rischia di divenire il pasto di qualcun altro), il fegato riversa nel sangue le proprie riserve di energie rendendole immediatamente disponibili, l’adrenalina rende i muscoli pronti a scattare, i pensieri e la capacità di elaborazione aumentano. Durante la successiva azione di lotta o fuga, tutte queste energie e modificazioni fisiologiche trovano un naturale impiego e, trascorso il pericolo, tutto ritorna nella norma.

E in tutto questo l’attacco di panico cosa c’entra? In realtà, moltissimo: infatti l’attacco di panico non è altro che un innalzamento violento e incontrollato dell’ansia. L’attacco di panico non è un evento di per sé pericoloso, tuttavia subirne uno può essere una bruttissima esperienza. Di norma un attacco di panico dura dai 10 ai 20 minuti, e in questo arco di tempo tutte le reazioni fisiologiche che accompagnano l’ansia vengono portate alla massima intensità: tachicardia, respiro corto e affannoso, tremore, sudorazione, disturbi gastro intestinali, senso di catastrofe imminente, paura di morire

 Adesso veniamo al respiro. Il punto è che tutte queste reazioni fisiologiche hanno bisogno di molto ossigeno per innescarsi e mantenersi; non a caso molti attacchi di panico sono preceduti da un periodo di inconsapevole iperventilazione. Questa può consistere anche solo in un lieve eccesso dell’assunzione d’aria, ma sufficientemente protratto nel tempo (anche mezz’ora o più) da far salire oltre la norma i livelli di ossigeno nel sangue. A questo punto, avendo inavvertitamente alzato la concentrazione di ossigeno nel sangue, la persona viene colta da tutte le sensazioni che accompagnano l'iperventilazione: capogiro, secchezza delle fauci, formicolii, vampate di calore.

Se la persona ha già sperimentato uno o più attacchi di panico, ha imparato a riconoscere queste sensazioni come un segnale del suo imminente arrivo; questo genererà ulteriore ansia, e quindi un ulteriore aumento del ritmo respiratorio (normalmente, a questo punto cominciano dei respiri brevi e frequenti), che apre la strada all‘innescarsi di un nuovo attacco di panico. Si è innescato un circolo vizioso, in cui l’ansia mantiene se stessa.

Per queste ragioni, per chi soffre di ansia elevata o attacchi di panico, imparare a respirare correttamente, e guadagnare maggiore consapevolezza e controllo sul proprio modo di respirare, può avere importanti effetti benefici sul decorso di questi disturbi. Avere maggiore consapevolezza sul proprio respiro significa avere la possibilità di rompere sul nascere uno dei circoli viziosi che sta alla base dei disturbi d’ansia e dell’insorgenza degli attacchi di panico.

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