Autolesionismo, perchè?

Che cosa si intende per "autolesionismo"?

Nel lessico comune “autolesionismo” è una parola che viene usata con molti significati diversi. Qui invece uso questo termine con un significato molto preciso: per “autolesionismo” intendo il comportamento di infliggersi, volontariamente e senza intenzioni suicidarie, qualche tipo dolore fisico (tramite tagli, bruciature, escoriazioni, contusioni, ecc.) a seguito di qualche evento negativo che ha scosso emotivamente la persona.

In questo articolo esaminerò le ragioni di quello che sembra un comportamento insensato e allarmante, che in realtà ha la sua ragion d’essere e che come tutti gli altri comportamenti problematici può essere compreso e modificato, se affrontato nel modo corretto e da persone qualificate.

La prima cosa da chiarire è che la presenza di questo comportamento non è sufficiente a etichettare qualcuno come “malato”. Al contrario scopriamo che ogni comportamento (quindi anche l’autolesionismo) se osservato dal punto di vista della persona ha perfettamente senso. Vediamo come.

 

Emozioni e dolore emotivo

Tutto nasce dal dolore emotivo. Rabbia, paura, delusione; sentirsi soli, rifiutati, inutili, impotenti, senza speranza né futuro. Questi sono solo alcuni esempi di quello che intendo con “dolore emotivo”. Questo dolore sorge sempre per ragioni importanti, se guardiamo alla questione dal punto di vista della persona interessata. Il dolore emotivo non è mai da sottovalutare.

Una volta che il dolore emotivo raggiunge la persona, le si pone il problema di come affrontarlo. C’è chi si butta nel lavoro, chi nello sport, chi mangia, chi digiuna, chi chiama gli amici, chi si isola, chi legge, chi fa meditazione, chi si butta sul divano a guardare la tv. Tutti abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti a superare il brutto momento, ma queste sono cose che non si imparano a scuola. Di fronte al dolore emotivo ciascuno se la cava in un suo proprio modo, a seconda delle esperienze che ha vissuto e degli esempi che ha avuto.

 

Differenze alla nascita

È proprio su questo punto che cominciano a esserci grosse differenze tra le persone, soprattutto considerando che alcune persone avvertono il dolore emotivo con maggiore intensità. Ricerche sul temperamento dei neonati (si veda ad esempio Kagan 1997) mostrano che già a 16 settimane di vita i bambini mostrano reazioni diverse agli stessi stimoli disturbanti, suggerendo la presenza di una base biologica innata per le reazioni allo stress e agli eventi negativi (suggerisco la lettura dell’articolo citato, i riferimenti bibliografici sono alla fine di questo articolo).

Quando una persona che avverte in maniera molto spiccata gli eventi negativi non ha nemmeno avuto modo di imparare con quali mezzi superare il dolore emotivo, la situazione comincia a farsi davvero molto difficile. Tanto dolore e nessun mezzo per affrontarlo.

 

Il dolore per superare il dolore

Adesso dobbiamo esaminare un fatto oggettivo: a livello puramente fisiologico il dolore fisico ha la precedenza su quello emotivo. Cioè, se nel momento in cui sto provando un forte disagio emotivo sperimento anche del dolore fisico, sento il disagio emotivo abbassarsi. Questo fatto ha una spiegazione a sia livello neurologico (che non esploreremo qui), ma basta guardare all’esperienza di ciascuno di noi per verificarlo.

Se in un momento di grande rabbia o disperazione compiamo un gesto inconsulto e in qualche modo ci facciamo male, scopriamo che il dolore fisico (per quanto rimanga spiacevole) ha su di noi un immediato effetto calmante.
Per fare un altro esempio nell’ambito degli sport da combattimento: è noto che l’atleta troppo teso all’arrivo dei primi colpi (e quindi del dolore) senta svanire tensione dell’incontro, guadagnando maggiore calma e lucidità.
Altro esempio. Avete mai visto una persona molto arrabbiata (più spesso un uomo) tirare pugni sul muro? Provate a chiederle cosa ha provato subito dopo il pugno, a parte il dolore alla mano (e magari chiedeteglielo quando si è calmato). Oppure siete stati voi a tirare il pungo sul muro o sull’anta dell’armadio… come vi siete sentiti immediatamente dopo?
Ancora un esempio. Avete mai visto un bambino piccolo (diciamo di un anno, a dentizione avviata) mordersi la manina intanto che piange disperatamente? Vi siete chiesti perché lo fa?

 

Una risposta è possibile

Il dolore fisico lenisce quello emotivo, ed è per questa semplice ragione che alcune persone nei momenti di grande disperazione possono arrivare a praticarsi delle ferite. Cercano solo di stare meglio, di superare un momento molto, molto brutto con i mezzi che hanno.
È chiaro che questo è un comportamento che va in qualche modo cambiato. Ma per farlo bisogna prima di tutto riconoscerne lo scopo, per poter dare alla persona la possibilità di raggiungere quello stesso scopo (cioè calmarsi) con mezzi più efficienti e non dannosi.

Quindi il problema di chi si pratica tagli o ferite ha una spiegazione, ed è di natura emotiva. La buona notizia è che a gestire le emozioni e gli eventi che le provocano si impara.
Lo psicologo psicoterapeuta è la figura di elezione per affrontare una situazione di questo genere. Egli verifica in quale contesto avviene il comportamento problematico (in questo caso il praticarsi ferite) e costruisce il percorso più adatto alla persona, allo scopo di darle i mezzi necessari per affrontare le sfide che finora l’hanno messa in grande difficoltà.

 

 

Kagan, J. (1997). Temperament and the reactions to unfamiliarity. Child development, 68(1), 139-143.